domenica 6 novembre 2016

La nutria catturata e i piccoli che cercano di liberarla


 

Crema, 06 novembre 2016 - Per responsabilità di pochi ora assistiamo a queste strazianti scene. La impari lotta alle nutrie , in Italia era il castorino (pelliccia) per eccellenza indossata da migliaia di persone . Ora sta diventando il flagello della moderna agricoltura , impostata sulla monocultura e sulla rovina degli ultimi habitat naturali.
Liberati impunemente da allevamenti intensivi, non più remunerativi e che fornivano le pelliccerie di tutto il mondo , a carne da macello a causa della loro capacità di proliferazione in natura , con una stima di milioni di esemplari nella sola pianura lombarda. La lotta contro questa specie sta facendo la fortuna degli armatori e la felicità di molti indomabili cacciatori, con l’uso sconsiderato di molti soldi pubblici . Senza pensare che pure loro hanno un cuore e che cuore. Basta guardare queste foto per capire la sofferenza di quattro cuccioli, accanto alla gabbia di cattura , divenuta per l’occasione una gabbia di morte della loro mamma che li allattava , rimanendo accanto ad essa , ma ormai priva di vita. 

(foto e testo di Alvaro Dellera)

venerdì 4 novembre 2016

Diabete: il dolce business per l’Industria farmaceutica

Il diabete in cifre
Nel mondo ogni 10 secondi una persona muore per cause legate al diabete e 2 si ammalano.
Negli ultimi 20 anni la malattia è aumentata di ben 7 volte e questo è il motivo che ha spinto le Nazioni Unite a definire il diabete una vera e propria epidemia.
I dati effettivamente non lasciano spazio a dubbi: nel mondo oltre 285 milioni di persone ne soffrono e 344 milioni sarebbero potenzialmente a rischio di svilupparlo.
Secondo le previsioni ufficiali dell’OMS entro il 2030 i diabetici raggiungeranno l’astronomica cifra di 520 milioni di persone!
Oltre mezzo miliardo di persone nel mondo Occidentale soffriranno per una malattia legata ad una alimentazione errata e soprattutto abbondante, e nel Sud del mondo oltre 1 miliardo di persone non hanno accesso al cibo e all’acqua.
Loro muoiono per mancanza di cibo e noi stiamo morendo per eccesso di cibo.
Qui da noi in Italia, secondo l’International Diabetes Federation (Idf), il 6% della popolazione sarebbe diabetica, il che corrisponde a oltre 4.000.000 di persone!
La spesa sanitaria per il diabete ovviamente è colossale e  varia tra i 202 e i 422 miliardi di dollari ogni anno, ma potrebbe, entro il 2025, superare il tetto dei 559 miliardi di dollari.
Sorge a questo punto una domanda spontanea: con cifre a undici zeri ogni anno, è veramente possibile e credibile che l’Industria del farmaco voglia veramente guarire il diabete? 

Creazione di malati
Sapendo che per l’Industria del farmaco il diabete rappresenta un guadagno tra i più importanti, è bene chiedersi quanti di questi milioni di persone sono realmente malati e quanti invece sono stati convinti di esserlo.
Fino all’anno 2000 il “valore normale” della glicemia, cioè la quantità di zucchero libero nel sangue era di 140 mg/dL, poi un gruppo di esperti con a capo un consulente di Aventis, Eli Lilly, Glaxo, Novartis, Merck e Pfizer (tutte ditte che ci guadagnano molto nel diabete) abbassarono la glicemia a 126 mg/dL.
Si è “normali” se la glicemia è al di sotto di 100 mg/dL; si parla di alterata glicemia a digiuno se i valori sono compresi tra 100 e 126 mg/dL. Oltre il valore di 126 mg/dL si parla di diabete.
Un apparente e banale abbassamento di soli 14 mg/dL (da 140 a 126) comportò la creazione di decine di milioni di nuovi malati: persone sane il giorno prima e dopo a rischio serio di diabete.
E’ indubbia la degenerazione dello stile di vita basato su alimenti morti, raffinati, pastorizzati che sta provocando inequivocabilmente la crescita del diabete e di tutte le cosiddette malattie da progresso, ma dall’altra c’è la ferrea volontà di far aumentare il numero di malati per un tornaconto economico.

Diabete gestazionale
Sempre più donne gravide si vedono affibbiare la diagnosi di diabete gestazionale o gravidico.
Tale diabete consiste in un’alterazione del metabolismo del glucosio che viene diagnosticata per la prima volta durante la gravidanza.
E’ risaputo che durante i nove mesi tutto l’equilibrio ormonale viene messo a dura prova. In questo ambito alcuni ormoni prodotti dalla placenta ostacolano l’azione dell’insulina, l’ormone secreto dal pancreas che ha il compito di abbassare la concentrazione di glucosio nel sangue.
Non a caso verso la fine della gravidanza, a parità di calorie introdotte con il cibo, una donna produce una quantità di insulina 3 volte superiore alla quantità prodotta da una donna della stessa età ma non gravida.
Tra la 24ma e la 28ma settimana di gravidanza i medici di norma prescrivono esami del sangue per la maggior parte delle donne che potrebbero essere soggette a diabete.
Se il valore glicemico a digiuno alla prima visita è compreso tra 92 mg/dL (anche se qualche laboratorio mette l’asterisco già a 90 mg/dL) e 126 mg/dL si parla di diabete gestazionale.
Le donne con valori glicemici superiori a 90-92 mg/dL dovranno essere sottoposte al test da carico con 75 g di glucosio con verifica dei valori glicemici all’inizio, dopo un’ora e dopo due ore.
Abbassando costantemente la glicemia a digiuno (in questo caso da 100 mg/dL a 90 mg/dL) il risultato è che aumentano le diagnosi di diabete gestazionale. Non è un caso infatti se oggi a sempre più mamme viene diagnosticato tale squilibrio metabolico, con rischi enormi non tanto per la disturbo in sé ma soprattutto per la paura della mamma il cui riverbero negativo sulla creatura che sta crescendo è oggettivo e fuori da ogni discussione.

Dall’insulina ai farmaci antidiabete
Nel 1922 a Stoccolma venne conferito ai ricercatori Barting, Best e Macleod il premio Nobel per la scoperta dell’insulina.
La commercializzazione di questo ormone di sintesi, dal 1923 in poi, è opera della casa farmaceutica statunitense Eli Lilly che, alla fine della seconda Guerra Mondiale, importò dalla Germania il metadone inventato dai nazisti con il nome di Dolophine, in onore di Adolf Hitler, e prodotto dall’enorme colosso dell’industria chimica IG Farben.
E’ la stessa casa farmaceutica che ha prodotto l’elisir di eroina, l’LSD una delle più potenti sostanze psichedeliche conosciute e il Prozac.
La Lilly lanciò nel 1982 la prima insulina da DNA ricombinante: fu il primo farmaco al mondo creato con questa tecnologia.
Oggi per il diabete, oltre alla nota insulina esistono prodotti come: Tolbutamide, Tolazamide, Clorpropramide, Acetoesamide, Gliburide, Glipizide, Glimepride, Metformina, Fenformina, Buformina, Repaglanide, Acarbosio, Miglitol, Glucagone…
Poche corporazioni della chimica e farmaceutica, tra loro interconnesse da fili economici e azionari, gestiscono l’intero mercato del diabete.
Gruppi potentissimi come Eli Lilly, Pfizer, Merck, Roche, Sanofi-Aventis e Bayer  ogni anno, guadagnando miliardi di dollari, controllano la vita di centinaia di milioni di persone. 

Epidemiologia docet
Il “Bollettino dell’Accademia di Medicina di New York” del settembre 1933, riporta i dati ufficiali dal 1871 al 1932, e scrive: “…per le persone di entrambi i sessi, il tasso di mortalità del diabete a New York è passato dal 2,1 per 100.000 abitanti nel 1866, a 29,2 nel 1932”. Il numero totale delle morti perciò “è aumentato da 15 nel 1866 a 2.116 nel 1932”.
Il rapporto continua dicendo che “ …un aumento distinto nel numero di morti per diabete si sta verificando non solo al Nord Ovest, ma in tutti gli Stati Uniti, come dimostrano le statistiche di mortalità delle altre città
In poco meno di sessant’anni perciò, dal 1866 al 1932, i pochissimi e sporadici casi di diabete sono diventati qualche migliaio solamente nella città di New York per diventare, con una terribile accelerazione negli ulteriori 70 anni, 1 morto ogni 10 secondi!
Questi sono dati epidemiologici importanti che inquadrano una crescita esponenziale del fenomeno.
Cos’è successo nella società tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo per aggravare così drasticamente  la situazione?
Le due guerre mondiali certamente non hanno giovato al benessere psicofisico e sociale di centinaia di milioni di persone ma non ne sono state la vera causa. 

Zuccheri, cereali raffinati e grassi idrogenati    
Sempre più medici e ricercatori seri sono concordi nel ritenere che la degenerazione dello stile di vita, nonché l’industrializzazione dell’alimentazione, sono tra le cause principali del diabete.
La nascita e la commercializzazione dei cereali raffinati da una parte e dei grassi idrogenati dall’altra è avvenuta proprio agli inizi del XX secolo, parallelamente all’aumento dei casi di diabete. 

Al medico russo Chaterine Kousmine (1904-1992) va il merito di aver compreso che gran parte delle malattie cronico-degenerative erano conseguenza indiretta di un’alimentazione degradatasi progressivamente nel tempo, soprattutto a seguito dell’introduzione nella catena alimentare di alimenti innaturali come lo zucchero bianco, i cereali raffinati e i grassi idrogenati.
All’inizio del secolo scorso l’industria ha iniziato per scopi commerciali a raffinare lo zucchero e  i cereali, andando così ad eliminare tutte quelle sostanze che risultano essere basilari e fondamentali per la vita: vitamine, minerali, enzimi, fibra, ormoni...

Quindi i cereali da alimento importante e completo sono stati trasformati in zucchero (amido allo stato puro) per cui mangiarli significa non solo non apportare nulla all’organismo (calorie vuote) ma anzi deprivarlo delle proprie riserve di sali minerali (ossa, denti, unghie, capelli, ecc.) perché fortemente acidificanti.
La medesima industria, non contenta, ha creato letteralmente ex novo i famosi e tristemente grassi idrogenati.
Il motivo è sempre lo stesso: commerciale.
Essendo solidi a temperatura ambiente si possono trasportare con estrema facilità, possono essere facilmente lavorati, sono inalterabili dall’ambiente esterno, non irrancidiscono e durano a lungo nel tempo. Cosa si può desiderare di più da un grasso?

La tecnica dell’idrogenazione venne introdotta nel 1912 proprio allo scopo di rendere solidi e commerciabili gli oli liquidi.
Tra i grassi idrogenati estremamente pericolosi per la salute, vanno annoverate le margarine, gli oli industriali prodotti ad alte temperature (quelli che riempiono le mensole nei supermercati) che trasformano la struttura molecolare dell’acido linoleico da cis-cis a cis-trans. La cis é una forma utilizzabile per l’organismo umano, la trans una forma non utilizzabile o utilizzabile con danni. 

Purtroppo per tutti noi i grassi idrogenati sono ubiquitari e si trovano ovunque nei prodotti da forno di tipo industriale: merendine, pastine, biscotti, dolci, ecc., nelle pietanze precotte, pollo o pesce impanato, patatine fritte, pizze pronte, minestre in scatola, miscele per torte, ecc.
Secondo l’OMS, l’Organizzazione Mondiale della Sanità una persona adulta dovrebbe ingerire meno di 2 grammi al giorno di grassi cis-trans per non rischiare seriamente la salute.
Sappiamo bene il ruolo giocato da questa associazione negli interessi delle lobbies…
Il punto è che tale soglia massima non dovrebbe esistere perché i grassi idrogenati creano danni anche in quantità molto inferiore.

Quali sono le conseguenze per la salute? Disturbi cardiocircolatori, obesità, danni alle cellule con rischio di tumore, malattie autoimmuni, insulino-resistenza e diabete.
Uno dei principali problemi dei grassi idrogenati è che non possono essere riconosciuti correttamente dall’organismo e quindi per le cellule sono letteralmente tossici.    
Non è un caso che fanno diminuire le HDL, il colesterolo buono e alzano quello cattivo (LDL), interferiscono sia con l’insulina aumentando il rischio diabete che con il sistema immunitario e la detossificazione epatica; aumentano anche le patologie infiammatorie.
Agiscono negativamente sulla importantissima membrana delle 70 trilioni di cellule predisponendo non solo alla resistenza insulinica ma anche a qualsiasi patologia infiammatoria e degenerativa. 

Marcello Pamio – 4 novembre 2016

giovedì 3 novembre 2016

A Helsinki tornano gli scoiattoli volanti siberiani



3 novembre 2016 - A Helsinki tornano gli scoiattoli volanti siberiani: la loro popolazione è più che triplicata negli ultimi due anni, anche grazie a misure di salvaguardia del loro habitat. L’Environment Centre della capitale finlandese, riporta il sito Yle.fi, conferma il ritorno in massa di questi roditori, dopo decenni di assenza.  
L’area in cui gli scoiattoli volanti sembrano proliferare di più è l’ampio Central Park, dove sono stati trovati almeno 25 habitat. Questi scoiattoli, spiega l’agenzia per l’ambiente, non hanno più paura di persone, traffico o cani, ma non si lasciano avvicinare dagli umani, a differenza di altre specie di scoiattoli che dimorano in ambienti urbani. La crescita della popolazione è collegata all’attenzione nella gestione della biodiversità nelle zone verdi cittadine. 
Lo scoiattolo volante siberiano è una specie protetta in Finlandia ed è illegale danneggiare o disturbare le loro aree di nidificazione. 

ANSA

mercoledì 2 novembre 2016

Il Giappone dovrà dare più dati sulla caccia “scientifica” alle balene


 

Il Giappone dovrà fornire più informazioni per la caccia «scientifica» delle balene, mentre nelle acque del Messico si chiederà la rimozione definitiva di tutte le reti da posta che stanno mettendo a repentaglio la sopravvivenza di una particolare specie di cetaceo, la vaquita. Sono alcune delle principali misure adottate dalla Commissione internazionale per la caccia alle balene (Iwc) che nei giorni scorsi in Slovenia ha chiuso il suo meeting biennale. Ne dà conto Greenpeace, che plaude alle misure di tutela pur sottolineando la delusione per la mancata approvazione della proposta di maxi santuario dei cetacei nell’Atlantico meridionale, naufragata anche per i voti contrari di Giappone, Norvegia e Islanda.


AFP

La risoluzione Iwc, spiega all’Ansa un portavoce di Greenpeace, chiede al Giappone di fornire più dati per giustificare la finalità «scientifica» della caccia alle balene e «chiede inoltre un riesame da parte del comitato scientifico dell’Iwc e della Commissione stessa prima di rilasciare un permesso. Resta da vedere se il Giappone sfiderà di nuovo questa decisione». Il Paese ha già ricevuto una diffida due anni fa dalla Corte di giustizia dell’Aja secondo la quale la «caccia scientifica» non è altro che un pretesto per scopi commerciali.


AFP

«Nel complesso questo è stato un buon meeting per le balene», afferma John Frizell, esperto di balene di Greenpeace International presente al summit. «La moratoria di 30 anni per la caccia commerciale non è in discussione e i membri hanno ristretto la scappatoia per i giapponesi». Anche se, ha aggiunto, «le speranze» per la creazione del maxi santuario dei cetacei «sono state deluse».
La prossima riunione dell’Iwc si terrà in Brasile nel 2018.

http://www.lastampa.it

giovedì 11 agosto 2016

Avocado del diavolo

Avocado del diavolo


Ma quanto è buono l’avocado? Una cosa è certa: la crescita delle importazioni e l’aumento dei prezzi sui mercati internazionali stanno portando alla distruzione delle foreste di pini del Messico centrale. Gli alberi di avocado fioriscono alla stessa altitudine dei pini delle montagne del Michoacán, lo stato del Messico divenuto il principale produttore di avocado. Anche dove le foreste sono protette, gli agricoltori piantano giovani alberi nella foresta, e abbattono i pini man mano che gli alberi di avocado crescono, così nessuno si accorge che la foresta sta scomparendo. 
"Anche dove la deforestazione non si vede, ci sono avocado che crescono sotto i rami di pino, e prima o poi i pini saranno abbattuti” spiega Mario Tapia Vargas, ricercatore presso l'Istituto Nazionale Messicano delle Ricerche sulle Foreste l’Agricoltura l’Allevamento e la Pesca.

Le foreste del Michoacán sono essenziali per lo svernamento della farfalla monarca, e la deforestazione è molto più di una questione scientifica. Le autorità hanno già rilevato piccoli appezzamenti convertiti in piantagioni di avocado nella riserva per le farfalle monarca.
Come se non bastasse, un albero maturo di avocado  utilizza quasi il doppio dell'acqua della foresta naturale, e le piantagioni minacciano i leggendari torrenti cristallini di Michoacán, essenziali per le foreste e la fauna.

Secondo Greenpeace, la deforestazione minaccia anche le popolazioni locali: “oltre a devastare le foreste e minacciare le falde idriche, la coltivazione di avocado fa uso massiccio di prodotti chimici, mentre le casse di imballaggio dei frutti richiede grandi quantità di legna. Tutto questo rappresenta una minaccia per il benessere degli abitanti nella regione” spiega l'associazione. 
Intanto le strade rurali che attraversano le montagne sono ingolfate dal traffico di autocarri pesanti che trasportano avocado.
10 agosto 2016 

http://www.salvaleforeste.it

venerdì 15 luglio 2016

Sos biodiversità, è sotto livello di guardia nel globo
Studio, a rischio equilibri ambientali e salute dell'uomo


Sos biodiversità, è sotto livello di guardia nel globo © ANSA 
ROMA, 15 luglio 2016 - La biodiversità del globo è scesa sotto il "livello di guardia" a causa della distruzione degli habitat per il loro sfruttamento agricolo con conseguenze potenzialmente disastrose per gli equilibri ambientali e per l'uomo. A lanciare l'allarme è uno studio guidato da ricercatori londinesi secondo il quale per oltre la metà della superficie terrestre, che ospita più del 70% della popolazione mondiale, il livello di perdita di biodiversità è talmente diminuito da minare la capacità degli ecosistemi di supportare nel futuro le stesse vite umane.

Lo studio, pubblicato su Science e condotto dallo University College London, afferma che il nostro pianeta sta perdendo talmente tante specie che a rischio potrebbe esserci la stessa sopravvivenza dell'uomo. I ricercatori spiegano che la distruzione degli habitat naturali ha ridotto la varietà di piante e animali esistenti al punto che fenomeni naturali - come l'impollinazione, la decomposizione dei rifiuti, la regolazione del ciclo globale del carbonio - potrebbero non essere più in grado di funzionare correttamente, con rischi in particolare per l'agricoltura.
Basti pensare che sono oltre 240 le colture nel mondo, tra cui quelle di moltissimi frutti, che hanno bisogno di impollinatori come api e farfalle per sopravvivere. Tundra e foreste boreali sono le aree meno colpite, al contrario delle praterie, dove si concentra la maggior parte dell'industria agricola.

ANSA

giovedì 14 luglio 2016

In Adriatico 91 specie aliene, 9 sono nocive
Ispra vuole istituire sistema monitoraggio e allarme



In Adriatico 91 specie aliene, 9 sono nocive © ANSA 
ROMA, 14 luglio 2016 - Sono 91 le specie aliene ritrovate in quattro porti dell'Adriatico (Trieste, Venezia, Ancona, Bari). Sono arrivate con le acque di zavorra delle navi: nove di queste specie sono potenzialmente nocive. Per questo l'Ispra (l'istituto governativo di indagini ambientali) vuole realizzare un sistema per il monitoraggio dei porti italiani per individuare le specie aliene e un sistema di allerta che diffonda subito la notizia dell'avvistamento.

Sono alcuni degli obiettivi del progetto europeo BALMAS sulla gestione delle acque di zavorra delle navi in Adriatico (Ballast Water Management System for Adriatic Sea Protection), progetto che si conclude a settembre e su cui oggi ISPRA promuove un Infoday a Bari, uno dei porti dell'Adriatico coinvolti nelle ricerche condotte dall'ente e dai suoi partner italiani e internazionali.

Solo nel porto pugliese, il monitoraggio sulla componente bentonica, vale a dire degli organismi che vivono associati al fondo, ha permesso di individuare 11 specie non indigene su fondi duri, 3 specie non indigene di fondi mobili e 2 specie macroalgali aliene.

Tra questi organismi ci sono ad esempio il polichete Pseudopolydora vexillosa, finora trovato solo a Taiwan, il polichete Hydroides elegans, proveniente dall'Australia e il bivalve Anadara transversa, probabilmente originario del Golfo del Messico, già segnalato in Adriatico a partire dal 2001 e considerato una delle peggiori specie invasive presenti nel Mediterraneo.

Più in generale nei quattro porti investigati in Italia (oltre a Bari sono stati coinvolti quelli di Trieste, Venezia e Ancona) sono state individuate 91 specie non indigene, 9 delle quali potenzialmente nocive. Il mare Adriatico è il mare italiano con il più elevato numero di specie non indigene, in particolare nella sua parte nord.

ANSA